Ecco “La Teoria del Passaggio” il peggior luogo comune sulla Cannabis.

Ecco come il peggior luogo comune sulla Cannabis è “entrato in circolo”.

“Si comincia con lo spinello, si finisce con la siringa”: quante volte abbiamo sentito questa idiozia essere proferita dalle labbra di persone autorevoli o semplicemente da persone a noi vicine.

Ecco come il peggior luogo comune sulla Cannabis è "entrato in circolo".

La credenza che l’uso di cannabis sia strettamente correlato all’insorgere di ulteriori tossicodipendenze è purtroppo una delle leggende metropolitane sulla droga più diffuse nel mondo. E anche se oggi i tempi sono cambiati e di cannabis si parla con ben altri toni, è sempre bene ricordare “per non dimenticare”.

Il variegato e composito esercito dei proibizionisti ha sempre avuto un cavallo di battaglia, un leitmotiv spesso ripetuto come un mantra: la cannabis è la droga più pericolosa in quanto funge da apripista per altre droghe come cocaina, extasy o eroina.

In Italia, al 2014, sono ancora molti i politici (come i cittadini votanti, sic!) ad affermare con inquietante sicumera che non esistano differenze tra droghe leggere e droghe pesanti e che le prime costituiscano un ponte per le seconde, o a livello farmacologico o a livello psicosociale di bisogno di evasione dalla “realtà” nella “cultura della droga”.

In svariate occasioni ufficiali hanno (purtroppo) manifestato opinioni simili Gianfranco Fini, Carlo Giovanardi, Pier Ferdinando Casini, Girolamo Sirchia (ex Ministro della Salute!), Ignazio La Russa e molti altri volti caduti, chi più chi meno, nel dimenticatoio delle comic-cronache politiche italiane. E lo hanno fatto forti di alcune teorie che, lungi dall’essere state provate scientificamente, hanno però preso la veste di breviario istituzionale: la cosiddetta teoria del passaggio è, come si suol dire, la madre di tutte queste castronerie.

La teoria del passaggio (gateway drug theory in inglese) mira a confermare l’ipotesi secondo cui l’uso di droghe “leggere” come quelle derivate dalla cannabis porterebbe necessariamente in futuro all’uso di droghe più “pesanti”, ovvero di sostanze più dannose e capaci di creare dipendenza, come eroina, morfina o cocaina. La teoria nacque negli Stati Uniti a cavallo tra le due guerre mondiali, negli anni in cui il neonato Federal Bureau of Narcotics (FBN) del famigerato Harry Jacob Anslinger aveva pianificato una massiccia campagna mediatica per giustificare il nascente proibizionismo contro la cannabis. Ma chi era Harry Jacob Anslinger?

Per quanti ancora non lo sapessero, questo signore dal doppio nome è il padre putativo di tutto ciò che di più falso è stato detto negli ultimi 80 anni riguardo la nostra amatissima pianta. Abile burocrate e galoppino dei federali, seppe approfittare del proibizionismo – prima contro l’alcool e poi contro la cannabis – per distinguersi come ispettore capace, ed essere così promosso a più alte responsabilità. Assegnato inizialmente al Bureau of Prohibition, nel 1931 viene chiamato a Washington per dirigere il nuovo dipartimento per il controllo e la repressione delle sostanze stupefacenti. Orfano della “vecchia battaglia” contro gli alcolici, si rivolge contro la canapa – pianta allora diffusissima e coltivata pressoché ovunque in America – usando un espediente da manuale nelle comunicazioni di massa: dare un nome diverso ad una cosa conosciuta. Smettendo di  chiamarla cannabis e cominciando a chiamarla marijuana – termine allora del tutto sconosciuto negli Stati Uniti e usato solo dalle minoranze ispaniche, prevalentemente messicane – Anslinger riesce nell’intento di stravolgere una realtà ancestrale e storicamente accettata nel Paese.

Comincia così una grande campagna per l’inserimento della marijuana nella lista degli stupefacenti e delle sostanze che creano elevata dipendenza – l’alcol, vista la sconfitta della precedente politica proibizionista, non venne neppure contemplato come sostanza dannosa dall’Ufficio narcotici. Il metodo era tanto semplice quanto efficace: si iniziò ad associare il consumo di cannabis ai più atroci fatti di cronaca nera di quel tempo, fino ad essere ribattezzata da Anslinger come: “the killer drug”, la droga che porta al piacere di uccidere senza motivo.

La campagna dì Anslinger per sensibilizzare l’opinione pubblica americana sul “pericolo marijuana” avvenne attraverso un lavoro intenso e capillare sui mass media. Si trattava di campagne promozionali che verrebbero oggi considerate propaganda allarmistica e oscurantista, arbitrarie “reinterpretazioni” di notizie di cronaca nera: ad esempio, in un articolo pubblicato nel luglio del 1937 sul American Magazine, Anslinger descrive dettagliatamente il caso di un giovane, assolutamente tranquillo e di buona famiglia, che dopo aver fumato marijuana ammazza senza pensarci due volte padre, madre, due fratelli e una sorella a colpi di scure. Si diceva poi che l’uso di marijuana provocasse nelle donne bianche un desiderio di ricerca di relazioni sessuali con uomini neri, facendo dunque leva anche sui più beceri pregiudizi di tipo razzista. Furono infine prodotte alcune pellicole palesemente faziose come Reefer Madness o Marijuana: The Devil’s Weed, entrambe distribuite nel 1936 e proiettate anche nelle scuole “a scopo educativo”.

Nel 1937, durante l’audizione al Congresso degli Stati Uniti, Anslinger dichiarò: «ci sono 100.000 fumatori di marijuana negli Stati Uniti, e la maggior parte sono negri, ispanici, filippini e gente dello spettacolo; la loro musica satanica, jazz e swing è il risultato dell’uso di marijuana. Il suo uso causa nelle donne bianche un desiderio di ricerca di relazioni sessuali con essi». Il 14 giugno dello stesso anno il presidente Franklin Delano Roosvelt firmò il Marijuana Tax Act, che di fatto impediva la coltivazione di qualsiasi tipo di canapa, anche a scopo medico.

L’ipotesi portata avanti da Anslinger e dal suo Federal Bureau of Narcotics non poggiava però su alcuna base scientifica e non passò molto tempo prima che qualcuno lo facesse notare. Toccò al celeberrimo sindaco italo-americano di New York, Fiorello La Guardia, sbugiardare le deliranti teorie del padre del proibizionismo: nel 1944, venne infatti pubblicato il famoso Rapporto La Guardia (La Guardia Marijuana Committee), commissionato appositamente del primo cittadino per verificare le asserzioni del Federal Bureau of Narcotics riguardo ai presunti danni provocati dal consumo di marijuana per inalazione. Esso evidenziò come la Marijuana non fosse causa di alcuna violenza ma potesse addirittura essere un salubre farmaco contro le dipendenze da alcool o eroina. Per tutta risposta Harry Jacob Anslinger, denunciò il sindaco Fiorello La Guardia, la New York Academy of Medicine e i medici che per anni avevano lavorato alle ricerche per il rapporto, dichiarando che non avrebbero fatto più esperimenti e studi sulla Marijuana senza un suo permesso personale, pena l’arresto per infrazione delle leggi sugli stupefacenti.

Usando il potere di Ufficiale del Governo degli Stati Uniti fece bloccare, fra il 1944 e il 1945, ogni ricerca in corso sui derivati della cannabis e incaricò la American Medical Association di prepararne una che rispecchiasse la teoria del passaggio e corroborasse “scientificamente” le posizioni governative. Per dare un’idea di come la mano di Federal Bureau of Narcotics fosse lunga, vi basti sapere che se, nel 1937 la A.M.A. si era opposta al passaggio del Marijuana Tax Act, per la fine del 1939 aveva giò stipulato un accordo con Anslinger: tra il ’37 e il ’39 circa 3.000 membri dell’Associazione vennero arrestati dagli agenti del FBN, incaricati di perseguire i dottori che prescrivevano narcotici per quelli che egli giudicava scopi illeciti: nel corso dei dieci anni successivi, dal 1939 al 1949, solo tre medici furono accusati per utilizzo di “droghe illecite”.

Lo studio condotto dalla A.M.A. su richiesta personale di Anslinger, fra il 1944 e il 1945, doveva smentire quanto dichiarato precedentemente nel Rapporto La Guardia: vi si trovano asserzioni come “del gruppo sperimentale, 34 erano negri e uno era bianco; quelli che fumavano marijuana divenivano irrispettosi dei soldati bianchi e degli ufficiali durante la segregazione militare”.

Si sarebbe dovuto attendere il 1972 e la presidenza di Richard Nixon affinché la stessa fonte istituzionale che aveva fabbricato ad arte e diffuso tutta la serie di voci scientificamente infondate sulla cannabis (la Casa Bianca, nella figura della Commissione Nazionale) ammettesse che “quei racconti erano ampiamente falsi” e che “se si esamina accuratamente la documentazione, non si trova conferma dell’esistenza di una relazione causale tra l’uso di marijuana e l’eventuale uso di eroina”. Veniva quindi palesemente dichiarato che il bando sulla cannabis era stato attuato e continuava ad essere portato avanti “senza che nessuna ricerca seria e completa fosse stata eseguita sugli effetti della marijuana: la sostanza veniva accusata di essere stupefacente, di causare dipendenza fisica, di provocare crimini violenti e pazzia”.

Nixon era infatti sul punto di iniziare la stretta decisiva sulla War on Drugs, quella che ci ha portato alla situazione attuale, e sperava in un parere ampiamente negativo da parte della commissione per quanto riguardava l’uso di cannabis. Il rapporto della commissione lo colse certamente di sorpresa: al suo interno si poteva leggere chiaramente come la cannabis non potesse essere in alcun modo associata all’eroina, e anzi si suggeriva di depenalizzarla. Nixon rigettò i risultati e decise di proseguire comunque per la sua strada. Fatto sta che perfino lo US Institute of Medicine, nel 1999, ha dichiarato che “non esistono prove che l’uso di marijuana porti all’uso di droghe pesanti.

Nonostante questo, la confusione diffusa e le scarse conoscenza scientifiche dell’opinione pubblica in tema di droghe fece sì che questa voce rimanesse in vita, riciclata ampiamente dai proibizionisti negli anni ’80 e spesso, più o meno in buona fede, passata per verità scientifica accettata. Ronald Reagan e la moglie Nancy negli Stati Uniti, così come Bettino Craxi in Italia, furono fautori della “War on Drugs” e di un conseguente inasprimento delle leggi riguardanti la Cannabis, usando questo assunto come principale cavallo di battaglia. Tanto che, recentemente, si è diffusa una variante più ampia della teoria, secondo cui l’uso abituale di sostanze “leggere”, oltre a condurre all’uso di droghe più pericolose, porterebbe al rischio di rimanere invischiati nel mondo del crimine: in questa chiave la teoria del passaggio è applicata non solo alla cannabis, ma anche ad alcool e tabacco.

Il diffondersi della consapevolezza riguardo l’innegabile infondatezza scientifica della Teoria del passaggio, è inoltre una probabile causa della diffusione della così detta “Teoria del 16 percento” – di cui abbiamo trattato qualche numero fa –, secondo la quale la marijuana in vendita “oggi” sarebbe molto più potente di quella del “passato”, in base ad un contenuto medio di THC superiore di oltre il 16% che la qualificherebbe a pieno titolo come “droga pesante”.

Arrivati oggi al 2014, 77 anni dopo l’avvio ufficiale delle politiche proibizioniste verso la cannabis, un gran numero di dati fattuali e statistici smentisce puntualmente questa teoria. Ad esempio, la cannabis è la sostanza illegale più diffusa al mondo, al secondo posto c’è la cocaina, che risulta essere usata venti volte di meno. Per quanto riguarda l’eroina, nella maggior parte dei paesi del mondo la percentuale di persone che la provano nell’arco della propria esistenza è inferiore all’1%. In Italia, per guardare a casa nostra, più o meno il 30% degli individui dichiara di aver provato la cannabis almeno una volta, mentre quelli che hanno sperimentato l’eroina sono attorno all’1%.

Quindi non solo la teoria del passaggio non è provata, ma è anche assurda. La correlazione statistica è assolutamente irrisoria: assumendo che la teoria sia valida (cosa che evidentemente non è), solo il 3% di quelli che provano la cannabis in seguito arriverebbero a provare l’eroina. In ogni caso, questo collegamento è del tutto ipotetico, perché le evidenze scientifiche al riguardo sono chiare: nessuno è mai riuscito a dimostrare questa teoria e senza il “come volevasi dimostrare” la scienza non è altro che speculazione.


Il contenuto di questo articolo è stato pubblicato su cannabis.info

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