I plancton non sanno nuotare: la dura verità.

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Ah, il plancton. Nell’immaginario collettivo, grazie a un certo cartone animato, è un minuscolo essere verde, monoculare e con manie di grandezza, ossessionato da una ricetta segreta. La realtà, come al solito, è molto meno romanzata e molto più… pigra. Il termine “plancton” non definisce una specie, né un genere, né una famiglia. È una categoria esistenziale, una sorta di club esclusivo per tutti gli organismi acquatici che hanno una caratteristica in comune: non sanno nuotare. O meglio, non sono in grado di opporsi alle correnti. Sono i vagabondi, i fannulloni, i raminghi degli oceani. La parola stessa deriva dal greco “planktos” (πλαγκτός), che significa “errante”, “vagabondo”. Una definizione tanto poetica quanto spietata. Che tu sia un’alga microscopica (fitoplancton) o una medusa gigante (megaplancton), se la corrente decide di portarti a sinistra, tu vai a sinistra. Non hai scelta. È una lezione di umiltà cosmica. Mentre pesci, balene e calamari sfrecciano per i mari con uno scopo preciso, il plancton semplicemente… va. Si lascia trasportare. Affida la propria esistenza ai capricci delle masse d’acqua. Questo non significa che siano inutili. Anzi. Il fitoplancton è la base della catena alimentare marina e produce circa la metà dell’ossigeno che respiriamo. Sono i lavoratori instancabili e non sindacalizzati del pianeta, che faticano in silenzio mentre vengono sballottati qua e là. Quindi, la prossima volta che pensate al plancton, non immaginate un cattivo da operetta. Immaginate miliardi di miliardi di creature, dalle forme più svariate e meravigliose, che fluttuano alla deriva, incarnando la più pura e totale accettazione del proprio destino. Un’intera categoria di esseri viventi la cui unica filosofia di vita è: “lasciarsi andare”. E in un mondo ossessionato dal controllo, forse c’è qualcosa da imparare da loro.

La Definizione Ecologica di Plancton e la sua Classificazione

In ecologia marina, il termine “plancton” non ha una valenza tassonomica, ma funzionale. Esso raggruppa tutti gli organismi acquatici, sia marini che d’acqua dolce, la cui capacità di movimento è insufficiente per contrastare le correnti e le dinamiche delle masse d’acqua. Vengono quindi trasportati passivamente. Questa caratteristica li distingue dal “necton”, che comprende gli organismi in grado di nuotare attivamente (pesci, mammiferi marini, cefalopodi), e dal “benthos”, che include gli organismi che vivono in stretto contatto con il fondale. Il plancton è un gruppo estremamente eterogeneo e viene classificato in base a diversi criteri. La suddivisione principale è tra fitoplancton e zooplancton. Il fitoplancton (dal greco “phyton”, pianta) è composto da organismi autotrofi, principalmente alghe unicellulari (come diatomee e dinoflagellati) e cianobatteri. Attraverso la fotosintesi, convertono l’energia solare in energia chimica, costituendo il primo anello della catena alimentare (produttori primari) nella maggior parte degli ecosistemi acquatici. Sono responsabili di circa il 50% della produzione globale di ossigeno. Lo zooplancton (dal greco “zoon”, animale) è composto da organismi eterotrofi, che si nutrono di altri organismi. Può essere ulteriormente suddiviso in olozooplancton, organismi che trascorrono l’intero ciclo vitale come plancton (es. copepodi, krill), e merozooplancton, organismi che sono planctonici solo in una fase della loro vita, solitamente quella larvale (es. larve di crostacei, molluschi, pesci). Un’altra classificazione si basa sulle dimensioni: si va dal picoplancton (meno di 2 micrometri), che include batteri e piccole alghe, fino al megaplancton (oltre i 20 centimetri), che comprende organismi di grandi dimensioni come le meduse. Esistono anche il batterioplancton (batteri) e il virioplancton (virus). Nonostante la loro incapacità di dirigere il movimento su larga scala, molti organismi planctonici possiedono meccanismi di motilità (flagelli, ciglia) che permettono loro piccoli spostamenti verticali nella colonna d’acqua, noti come migrazioni verticali giornaliere, per ottimizzare l’esposizione alla luce o sfuggire ai predatori. La loro distribuzione e abbondanza sono quindi il risultato di una complessa interazione tra processi fisici (correnti, turbolenza) e comportamenti biologici.



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