Negli ultimi anni, il mondo si è trasformato in un frullatore di eventi catastrofici: guerre, crisi economiche, cambiamenti climatici che ci regalano estati nucleari e inverni tropicali, derive autoritarie degne di un romanzo distopico. E noi? Noi reagiamo con un tweet, un meme e forse, se proprio siamo in vena di grandi sforzi, un hashtag indignato. Insomma, è come se il Titanic affondasse e noi ci limitassimo a recensire il naufragio su TripAdvisor.

Siamo sempre più passivi a ciò che succede intorno a noi?
Foto di Dominic Wunderlich da Pixabay

Un tempo si scendeva in piazza, ora si scorre col pollice

C’era una volta l’era delle manifestazioni di massa, quando la protesta aveva il volume di milioni di voci e non il suono ovattato di un like su Instagram. Movimenti come Fridays for Future, Black Lives Matter o il MeToo hanno dimostrato che la mobilitazione sociale esiste ancora, ma oggi sembra sempre più difficile mantenere viva la fiamma dell’attivismo. La società sembra aver sviluppato una sorta di anestesia collettiva, un’apatia diffusa che ci porta ad assistere agli eventi più gravi come se fossimo davanti a una serie TV particolarmente deprimente.

Ma perché ci siamo ridotti così?

Le cause della passività: tra ansia, algoritmi e overdose di notizie

  • Senso di impotenza cronico: Davanti a problemi globali come il riscaldamento climatico o le guerre, l’individuo medio si sente piccolo e inutile. “Io cosa posso fare?” diventa il mantra della rassegnazione.
  • Disattenzione perenne: Viviamo in un flusso continuo di notizie. Una tragedia si accavalla all’altra, e il nostro cervello, per non esplodere, sviluppa un’abilità olimpionica nel dimenticare ciò che ha letto tre minuti fa.
  • Individualismo 2.0: L’idea della comunità sta lentamente evaporando. Ci interessiamo più alle sfide personali che a quelle collettive. “L’importante è che io stia bene”, e il resto può tranquillamente bruciare (possibilmente senza toccare il nostro Wi-Fi).
  • L’illusione della partecipazione: I social media ci fanno credere di essere attivi solo perché commentiamo un post o condividiamo una petizione online. Ma il clicktivism raramente si traduce in un impatto reale.

L’algoritmo ci culla, la finestra di Overton si spalanca

E poi c’è la questione più inquietante di tutte: la graduale normalizzazione dell’inaccettabile. La teoria della “Finestra di Overton” spiega come idee un tempo impensabili possano diventare accettabili se introdotte lentamente. Un po’ come cucinare la famosa rana nella pentola: la temperatura sale gradualmente, e la rana non salta fuori. Noi siamo quella rana. E nel mentre, accettiamo senza battere ciglio cose che avrebbero fatto insorgere intere generazioni solo qualche decennio fa.

Un tempo, limitazioni alle libertà personali, disuguaglianze crescenti e derive autoritarie avrebbero acceso la miccia della ribellione. Oggi, con un mix letale di abitudine e passività, ci adattiamo a tutto, con un’alzata di spalle e uno scroll infinito del feed.

Come usciamo da questo torpore?

La soluzione non è (solo) tornare in piazza a manifestare. Serve un cambio di mentalità, una riappropriazione della partecipazione attiva nella società:

  • Recuperare la consapevolezza: Essere informati, ma non passivi. Scegliere fonti affidabili, approfondire e non accontentarsi di titoli clickbait.
  • Costruire comunità: La forza dell’azione collettiva è inestimabile. Trovare spazi di confronto reali e non solo virtuali.
  • Uscire dalla comfort zone digitale: Non basta indignarsi dietro uno schermo. Se un tema ci sta a cuore, bisogna agire nel mondo fisico: associazioni, volontariato, voto consapevole, e sì, anche manifestazioni.

Perché alla fine, il problema più grande non è solo ciò che accade intorno a noi, ma la nostra capacità di accettarlo senza reagire. E se continuiamo così, un giorno ci sveglieremo in un mondo che non riconosciamo più. Ma tranquilli, ci sarà sicuramente un meme ironico per aiutarci a elaborare il trauma.



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