L’Uruguay ha preso una decisione storica: sottrarre il mercato della marijuana alle grinfie della malavita organizzata. Il Senato del Paese ha approvato la legalizzazione della cannabis, diventando il primo al mondo a lasciare che sia lo Stato a occuparsi della produzione e distribuzione.

Questa scelta unilaterale si insinua in un contesto internazionale che potrebbe trarre beneficio da una simile mossa. Attualmente, il panorama globale è dominato dalla criminalità organizzata e dalla violenza scatenata dalle politiche proibizioniste. Queste ultime hanno causato morti, corruzione istituzionale e investimenti enormi per contrastare un fenomeno che si rafforza ad ogni arresto o sequestro.
Il recente rapporto “War report” della Geneva Academy of International Humanitarian Law and Human Rights ha rivelato che nel 2012 sono morte 95.000 persone a causa delle guerre. Al primo posto ci sono i 55.000 morti in Siria, seguiti dai 9.000 decessi in Messico, dovuti al conflitto armato tra le forze dell’ordine e i cartelli della droga.
Questi sono solo alcuni esempi delle tragiche conseguenze della “guerra alla droga”, che associazioni come Aduc cercano di documentare quotidianamente. Lo scopo è mostrare lo scempio umano ed istituzionale perpetrato per soddisfare le ideologie di una minoranza di potenti.
L’Uruguay ha deciso di insegnarci una lezione importante. È troppo presto per stabilire se questa scelta sarà giusta o sbagliata; sarà la storia a giudicare. Ma oggi, il coraggioso esperimento del piccolo Paese latinoamericano dimostra che le strategie attuali per contrastare il consumo di sostanze stupefacenti hanno fallito.
Perche’ non dovremmo provare un’alternativa e dare, quindi, ragione all’Uruguay?
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