La Cina limita i film stranieri a 34 all’anno

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Se vi lamentate perché il vostro multisala non proietta quel film indipendente estone che tanto aspettavate, pensate agli spettatori cinesi. Il governo di Pechino applica una rigida quota che limita a soli 34 il numero di film stranieri distribuibili nelle sale cinematografiche ogni anno. Un protezionismo culturale (e commerciale) che costringe Hollywood a fare i salti mortali per accaparrarsi uno di quei preziosi posti e accedere a un mercato da miliardi di dollari.

Protezionismo cinematografico e soft power

La quota, gestita dall’ente regolatore cinese, è uno strumento di controllo politico ed economico. Fino al 2012, il limite era ancora più basso: solo 20 film stranieri all’anno. La regola dei 34 film si applica ai titoli importati con un accordo di “revenue-sharing”, che garantisce alle major americane una percentuale degli incassi (circa il 25%). I film che rientrano in questa quota sono quasi sempre blockbuster ad alto budget, che hanno maggiori probabilità di successo e spesso vengono modificati per non urtare la sensibilità della censura cinese (niente fantasmi, niente critiche al governo, e possibilmente un paio di attori cinesi nel cast). Questa politica non solo protegge l’industria cinematografica nazionale, ma serve anche a limitare l’influenza culturale occidentale, dimostrando che il cinema è un’arma di soft power tanto potente quanto un film d’azione.



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