USA: le banche si stanno trasformando in grandi corporation e multinazionali, effetti incalcolabili

Invece di essere sottoposte ad un processo di riorganizzazione e di ridimensionamento, le banche americane “too big to fail”, quelle troppo grandi per essere lasciate fallire, hanno bypassato tutte le limitazioni e i controlli, che separavano il sistema bancario da quello commerciale, per invadere e impossessarsi di ampi settori dell’economia reale.

Banca

Una recente indagine fatta da parlamentari americani, concentrata in particolare sulle nuove attività commerciali svolte dalla JP Morgan Chase, dalla Goldman Sachs e dalla Morgan Stanley, ha portato ad una richiesta di intervento da parte della Federal Reserve.

E’ sempre più evidente che le banche in questione si stanno trasformando in grandi corporation e multinazionali. Gli effetti dirompenti per l’economia industriale potrebbero essere imprevedibili e incalcolabili.

La JP Morgan Chase, per esempio, gestisce in California la distribuzione dell’energia che è prodotta da impianti da essa posseduti. In atto c’è un’indagine per provare se abbia anche manipolato i prezzi delle bollette. La Goldman Sachs starebbe facendo incetta di grandissime quantità di alluminio accumulate in attesa che il mercato lieviti. La GS starebbe anche espandendo le sue attività alla gestione dei porti, degli aeroporti e delle autostrade a pedaggio, nonché alla commercializzazione di materie prime strategiche, compreso l’uranio, e di altre risorse energetiche.

La Morgan Stanley starebbe diventando sempre più una multinazionale del petrolio. Anch’essa è impegnata nella produzione e nel commercio di materie prime, metalli e materiali preziosi. Possiede centri di produzione e di distribuzione di energia elettrica e di gas anche in Europa. E’ coinvolta anche nei settori dei trasporti e della logistica.

Di fatto, dopo la crisi finanziaria le 5 maggiori banche americane hanno ingigantito i loro bilanci e i loro business. Nel 2007 possedevano asset pari al 43% del Pil americano. Già alla fine del 2011 gli asset erano pari al 56% del Pil, raggiungendo un ammontare di ben 8,5 trilioni di dollari.

La JP Morgan Chase con 6,1 miliardi di dollari di profitti conseguiti nel secondo trimestre 2013 è proiettata a raggiungere a fine anno i 25 miliardi. Anche la Wells Fargo ha guadagnato 5,3 miliardi superando del 20% il livello dello stesso periodo dell’anno precedente. La Goldman Sachs ha raddoppiato i profitti trimestrali portandoli a 2 miliardi di dollari. La Citi Group ha incassato 4,2 miliardi, cioè il 42% in più del secondo trimestre 2012. Lo stesso vale per la Bank of America. Si stima che nel 2013 le 6-7 maggiori banche americane potrebbero, sulla carta, raggiungere i 100 miliardi di dollari di profitti!

Con la loro liquidità le “big” stanno devastando il sistema delle banche locali e regionali indipendenti che finiscono nella loro rete. Di fatto così si fa crescere spropositatamente la concentrazione bancaria con i relativi ed aumentati rischi sistemici. Esse, inoltre, con questi soldi stanno chiudendo l’enorme contenzioso insorto per i comportamenti illegittimi avuti prima e durante la crisi. Pagano per rifarsi un’improbabile nuova verginità.

La JP Morgan Chase, per esempio, è stata condannata a pagare una multa di 13 miliardi di dollari, la più alta della storia, per le frodi perpetrate ai danni di milioni di famiglie. Queste avevano acquistato la propria casa con un mutuo gravato da ipoteca a condizioni capestro. Frodati sono stati coloro ai quali la banca aveva venduto derivati finanziari tossici del tipo mbs (mortgage-backed-security), prodotti che avevano come capitale sottostante strumenti speculativi legati a ipoteche gonfiate e impagabili.

In pratica la politica del «Quantitative Easing», cioè l’immissione da parte della Fed di liquidità pari 1 85 miliardi di dollari al mese (!) è andata a vantaggio soprattutto del sistema bancario.

Se bastasse creare dal nulla liquidità per rilanciare l’economia e uscire dalla crisi, saremmo tutti da tempo nel paese di bengodi. In realtà la Fed non è più in grado di staccare la spina dell’alimentatore di risorse ad un sistema sempre più «drogato».

Anche un recente bollettino della Banca dei Regolamenti Internazionali solleva forti dubbi sugli «effetti benefici» dei «quantitative easing» e sottolinea invece le sue riverberazioni nefaste in particolare nelle economie emergenti.

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