L’industria del cibo sta sabotando la salute della gente

Le multinazionali che producono cibo, bevande e alcol starebbero utilizzando le stesse strategie dell’industria del tabacco per minare le politiche della sanità pubblica. La denuncia arriva da ricercatori inglesi, australiani e brasiliani che, in uno studio pubblicato di recente sottolineano che “l’auto-regolamentazione è di fatto fallita” e che “serviranno regole più precise”.

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Secondo gli studiosi, è accaduto che, tramite una politica di marketing molto aggressiva, le multinazionali si ritrovino ad essere oggi “i principali motori dell’epidemia di malattie croniche e mortali, quali diabete, cancro e gran parte delle patologie cardiovascolari”.
Sulla scorta di diversi documenti delle aziende, lo studio rivela come le multinazionali cerchino di manipolare la legislazione nell’area della salute e puntino ad evitare di sottostare alle regole, costruendo relazioni finanziarie e istituzionali con operatori sanitari, Ong e agenzie della salute, distorcendo i risultati delle ricerche e influenzando i politici.
Gli studi finanziati esclusivamente da aziende produttrici di cibi e bibite riportano infatti risultati favorevoli alle aziende dalle quattro alle dieci volte di più rispetto a quelli non sponsorizzati da loro. «La regolamentazione o la minaccia di regole», spiega Rob Moodie, coordinatore dello studio e docente di Salute Pubblica presso la Melbourne University, «è l’unico modo per cambiare queste corporazioni transnazionali».
«L’approccio collaborativo, adoperato in Europa» tra governi, industria, società civile e operatori della salute, teso ad insegnare alle persone a mangiare meglio, fare più esercizio e vivere sano, «è fallito», continua Moodie. Sarà bene che «in futuro, le industrie del cibo, delle bevande e del tabacco non abbiano alcun ruolo nelle politiche nazionali o internazionali sulle malattie croniche. Meglio quindi un sistema di regole pubbliche, che faccia pressione direttamente sull’industria per aumentare la consapevolezza sulla sua condotta ambigua e mantenere attiva l’attenzione pubblica».
In particolare, il professor Moodie, soffermandosi sul “caso australiano” ha sottolineato come le strategie utilizzate dalle industrie produttrici di bevande cosiddette “energetiche” siano del tutto simili a quelle delle major del tabacco. In Australia, ha rivelato domenica scorsa il quotidiano web “The Sidney Morning Herald”, il consumo medio pro-capite di energy drinks è stato nel 2012 di dieci litri a testa.

Questo articolo è stato pubblicato da QualeFormaggio | Ansa

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