Costruito il primo circuito a Dna, sono più vicini i computer ‘viventi’

Se pensavate che l’apice della tecnologia fosse l’ultimo smartphone pieghevole o un tostapane che si connette a internet, preparatevi a rivalutare tutto. Un team di ricercatori delle università americane di Stanford e della Pennsylvania ha compiuto un salto quantico (e biologico) realizzando il primo circuito logico completamente a base di DNA.

Sì, DNA. La stessa roba che vi dice se avrete i capelli ricci, ma ora anche se accendere o meno una reazione cellulare.

Costruito il primo circuito a Dna, sono più vicini i computer 'viventi'
Foto di Colin Behrens da Pixabay

Benvenuti nell’era dei transistor biologici

Non si tratta di fantascienza: quello che i ricercatori hanno messo insieme è un transistor molecolare, un trascrittore, capace di funzionare come una porta logica all’interno di una cellula vivente. Anziché controllare il flusso di elettroni come nei circuiti tradizionali, questo dispositivo regola il passaggio della RNA polimerasi lungo un filamento di DNA, proprio come un semaforo molecolare programmabile.

Il sistema si basa su enzimi chiamati integrasi, noti per la loro capacità di tagliare e invertire segmenti di DNA. Se un gene codifica per uno “stop”, l’integrasi può ribaltarlo trasformandolo in un “vai”. In termini digitali: si tratta di una porta logica booleana — solo che invece di transistor in silicio, abbiamo enzimi e geni che danzano il valzer molecolare della computazione.

Biologia computazionale 2.0: l’hardware è vivo e muta

In pratica, due geni gestiscono gli input e uno l’output, secondo la sacra legge della logica binaria: vero/falso, acceso/spento, pizza/pasta. Questa struttura, combinata con la capacità di alcuni enzimi di funzionare in batteri, piante e animali, rende il sistema modulare e adattabile a un’enorme varietà di organismi viventi.

La prospettiva? Computer biologici completamente integrati nei sistemi cellulari. Possono registrare stimoli esterni, monitorare l’ambiente in tempo reale o spegnere la riproduzione cellulare in presenza di specifici segnali. In futuro potremmo progettare cellule in grado di diagnosticare e trattare malattie in situ, senza bisogno di interventi esterni. Una specie di Dr. House in formato proteico.

Dalla biologia alla logica: una rivoluzione in punta di nucleotidi

Il vero colpo di genio, però, non è solo nell’ingegneria biochimica, ma nel modo in cui questi transistor biologici riescono a emulare comportamenti digitali con una naturalezza disarmante. A ogni inversione di DNA, corrisponde una modifica nel comportamento cellulare, e questa modifica può essere programmata.

Siamo ancora lontani dal costruire un computer biologico completo — servono memorie, clock, sistemi di input/output più sofisticati — ma le basi ci sono. E sono organiche, autoriparanti, evolutive. Ah, e potenzialmente immortali, se i batteri hanno qualcosa da insegnarci.

Un futuro pieno di geni (e geni hacker)

Mentre gli scienziati brindano al successo di questo primo circuito bio-digitale, la comunità guarda avanti: bio-sensori intelligenti, bio-fabbriche programmabili, persino interfacce cervello-cellula che farebbero impallidire qualsiasi film di fantascienza.

Ma c’è anche il rovescio della medaglia: chi controlla il software del DNA? E se un malware genetico iniziasse a far impazzire le cellule come un virus informatico dentro Matrix?



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